Batuffoli di lana


I ricordi che ritornano alla memoria con più facilità sono quelli di quando abbiamo visto fare delle azioni, delle cose, per la prima volta. Almeno per me è così.
Da piccola a volte andavo da zia Giulia, in campagna. Era la zia di mio padre, sorella di mia nonna ed era una forzuta e minuscola donnetta, alta un metro e quaranta, con degli occhiali grandi e fondi.
Andavo a trovarla spesso di domenica pomeriggio, in inverno, per fare un salutino a lei e a zio Gigi; una o due volte ho passato da loro qualche giorno d’estate, ma in quei pochi giorni, sono racchiusi degli anni di ricordi stravaganti, di attività che ho visto fare solo lì.
Ecco 5 esempi di ciò che ho imparato da lei.
1. I pulcini che nascono in inverno vanno messi sotto le coperte.
Quando nascevano fuori stagione i pulcini o gli anatroccoli, l’inverno era troppo duro per loro da passare nel pollaio e zia li metteva in una cesta, sotto una copertina di lana a scacchi, vicino al focolare.
Era bello andare a trovarla la domenica e sentire un pigolìo sommesso e chiocciante che veniva dal camino. Guardare quegli esserini minuscoli e gialli che si stringevano sotto la lana era una scoperta fantastica.
2. Il focolare dei camini di campagna fa sempre un gran fumo.
Sarà stata la cappa del camino che tirava male, ma anche dopo averla appena ripulita non c’era verso: da zia Giulia, in inverno, c’era sempre un fumo che sembrava di stare dentro il camino. Uscivi di lì che sapevi di bruciato, però era bello stare a far compagnia ai pulcini e mia madre ne sapeva qualcosa, visto che lei aveva una sedia riservata nel focolare, che la aspettava tutte le volte che andavamo là.
3. Il caffè che faceva schifo aveva un nome non adatto ai bambini della mia età
Beh, vi basti pensare che la maggior parte delle parolacce creative che conosco, provengono da quelle poche settimane che passavo da lei in estate. E forse questa cosa del caffè è meglio che non la spieghi. Vi dirò solo che chiamarlo ‘sciacquone’ è un modo molto fine di definire un caffè venuto male, quasi principesco, direi. Mia zia aveva un termine mooolto più colorito da dargli.
4. Giocare a carte
Ho imparato a giocare a carte con zio Gigi, giocavo a qualsiasi cosa e perdevo immancabilmente. Lui mi ha insegnato i giochi più comuni e ha lasciato perdere il 3 sette e il 21, perché si era accorto che ero veramente negata.
5. Pettinare la lana
I cuscini di lana della zia, in estate venivano tutti rinnovati. La lana veniva lavata per non accumulare la polvere, che mi faceva starnutire e poi veniva stesa al sole ad asciugare su delle lenzuola in mezzo all’aia.
Era bello vedere quelle nuvole di lana candida e soffice che si scaldavano al sole.
Mia zia si metteva a sedere su una minuscola seggiolina, ne dava una anche a me e mi insegnava a pettinare la lana. Spesso mi sembrava più comodo arrufarla, ci mettevo le bambole e le macchinine dentro, facendo finta che fossero intrappolate nella nebbia.
Era divertente vedere come da una massa affastellata venissero fuori dei batuffoli vaporosi e soffici, che profumavano di sapone e che poi venivano riposti nei cuscini e ricuciti fino all’anno successivo.
Da mia zia ho imparato ad essere schietta, semplice, a dire le cose senza tanti giri di parole e a richiamare le galline.
I ricordi che ritornano alla mente riguardano soprattutto qualcosa che allora non sapevo spiegare e che adesso forse descrivo con un po’ troppa poesia.
Quello che mi piaceva di quei cumuli di lana color crema era la loro consistenza, che mi dava allo stesso tempo una sensazione di fastidio, come se quei batuffoli mi soffocassero la gola. Non ho mai capito perché queste due sensazioni, una tattile e una gustativa, si fondessero insieme per darmi due emozioni così discordanti tra loro.