Il sale della terra

il sale della terra - film su Salgado

Documentario del 2014, diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado

Questo documentario è certamente imperdibile per chiunque dica di amare la fotografia, ma anche per coloro che dicono di amare il buon cinema.
Io, personalmente sono appassionata di entrambi e per tale motivo ieri mi sono gustata questo film al piccolo cinema del mio paese, che prende i film in ritardo rispetto alle altre sale, ma che ha un’atmosfera di familiarità impagabile e introvabile in altri posti.
Sono andata da sola a vedere il film, per ritrovarmi con un sacco di amici, appassionati di fotografia. Praticamente tutti coloro che in paese hanno una qualche attitudine alla fotografia erano là.
Il cinema era pieno, un silenzio di tomba è regnato per tutta la proiezione; per fortuna, non c’era la signora che di solito rompe i silenzi e le tensioni dei film con risatine fuori luogo.

Questo film è la rappresentazione della mia idea di fotografo: una persona che osserva altri con uno sguardo attento e meticoloso, comprensivo e non giudicante; colui che ritrae le cose per quelle che sono e lascia gli altri a trarre le conclusioni.
Un documentario sulla vita e la storia del fotografo Sebastião Salgado, ma non solo.
È una carrellata di immagini sul mondo, sulla vita e su tutte le sfumature della natura umana.
La fotografia in bianco e nero di Salgado, con i suoi contrasti e la sua scala di grigio particolari danno drammaticità, pathos e intensità a ogni scena. Ogni elemento, anche il più insignificante, risalta ad uno sguardo attento e niente è lasciato al caso.
Nei ritratti di persone, siano essi del Sudamerica oppure di dimenticate regioni africane, si nota un’attenzione per la storia di ognuno.
Questa è forse la cosa che mi ha colpito di più: ogni volto racconta una storia. Quelle persone non sono sconosciuti per Salgado, non sono persone tra tante. Sembra che lui abbia parlato, conosciuto e chiesto la storia ad ognuno di loro, uno per uno.
In un certo senso l’ha fatto. Ha scrutato la loro vita e le loro esperienze con l’occhio attento di un osservatore del mondo e ha riportato queste vite con lo strumento che aveva scelto di utilizzare per raccontare storie: la macchina fotografica.
Non è da tutti fare fotografie così e, soprattutto, non porsi limiti a ciò che può essere fotografato: Salgado non è un ritrattista, un fotografo naturalista, un paesaggista.
Lui non ha etichette cucite addosso; è un fotografo.
Le due fotografie che mi hanno più colpito sono la prima, subito all’inizio del documentario: la miniera, brulicante di persone, dava l’idea di un luogo assordante, confusionario, ma con un caos ordinato, in cui tutti seguivano precisi schemi. Era un luogo alienante.
L’altra fotografia era del Ruanda, con le persone che se ne andavano dal proprio paese, perché perseguitate. Ritraeva una tendopoli con gente e cose alla rinfusa e con un uomo che cuciva della stoffa a macchina. L’ho vista troppo poco per poter apprezzare tutta la scena, avrei dovuto guardarla per almeno mezz’ora.
Mi ha colpito, ma l’attenzione, secondo il regista, doveva essere attratta dallo scatto successivo, i cui giochi di sguardi tra madre e figlio avevano colpito Salgado.
Mi riservo di riguardare meglio quella scena, di comprarmi il dvd e fermarlo ogni volta che ritengo opportuno farlo…Al cinema questo non si può fare.