Manicomi – Psichiatria e anti-psichiatria nelle immagini degli anni settanta con fotografie di Gianni Berengo Gardin

berengo_manicomi_GSarà che questo argomento mi aveva affascinato già durante i miei studi universitari; saranno le inchieste sociali che mi hanno sempre interessato; sarà che considero Berengo Gardin un fotografo grandioso, che sa veramente raccontare qualcosa di speciale e il cui sguardo riesce sempre a stupirmi; sarà, infine, che il suo stile, il suo metodo di ricerca visuale hanno ispirato il mio lavoro di ricerca in antropologia visiva al momento della tesi. Questo fotolibro è veramente carico e denso di significati e di livelli di lettura.
Berengo Gardin e le sue fotografie mi lasciamo un insieme di emozioni che vanno dalla tenerezza o dallo sconcerto di alcuni sguardi e situazioni all’ilarità tragicomica di altre.
Sicuramente fa parte del suo modo di intendere la fotografia, dipende dal background culturale, in cui vedo un po’ di neorealismo, un po’ di inchiesta sociale; il suo bianco e nero contribuisce a dare significato e spessore agli scatti, li rende essenziali nei tratti e gli dà grande carica evocativa ed emotiva.
Bisogna, prima di tutto essere in grado di vederle queste emozioni, poter sdrammatizzare, poter renderle umane e più terrene, per fotografarle in questo modo.

Scorrendo un libro che parla del degrado umano, di situazioni in cui parlare di disagio sociale è eufemistico, mi sono trovata a sorridere di alcune scene. Non c’è da vergognarsene, secondo me: la capacità di vedere del buffo, del comico e del positivo anche in situazioni serie, non ci rende superficiali, ma semplicemente persone che sanno andare al di là e che trovano un punto di incontro tra il noi e il loro. Il sorriso è in fondo una smorfia universale, che ci rende ben disposti verso colui a cui è rivolto. E’ un punto di incontro, non di distacco.

Nelle foto degli internati, durante il periodo in cui i manicomi venivano trasformati, convertiti e in alcuni casi rielaborati da coloro che li popolavano, queste fotografie descrivono la tanta strada da fare per arrivare ad un dialogo vero e la strada fatta. Le scritte sui muri, lo spaesamento di coloro che fino ad allora non avevano diritto di parola e adesso si trovavano con un potere nuovo da gestire. Finalmente qualcuno considerava che avessero anche loro qualcosa da dire. Ma in quale maniera dirla? Era l’occasione di uscire dall’ombra, dalle mura, dal silenzio, dal grigio, dalla prigione.

Berengo Gardin documenta la vita di alcuni istituti, forse un po’ troppo puliti, epura le immagini dalle condizioni di degrado umano che sono cessi comuni e camicie di forza e cinghie di contenimento.
Ma il suo intento, almeno per come l’ho inteso io, non era propriamente la denuncia sociale, ma il far parlare i volti, le persone, i corpi e far partire da lì il discorso sociale sotteso. Non è un’inchiesta giornalistica quella che vuole proporre, ma qualcosa che abbia forse un più ampio pubblico: le coscienze dei normali. Un’inchiesta avrebbe fatto scalpore, rimbombando nella mente delle persone sensibili al problema e quindi già vicini alla tematica, mentre invece sarebbe stata ignorata anzi aborrita da coloro che non volevano sapere del piscio e degli odori nauseabondi di un manicomio.

Questo lavoro invece fa vedere che dentro quelle mura, vivono persone simili a coloro che stanno fuori, con emozioni, voglie, desideri, sentimenti uguali a quelle degli esterni che tanto se ne vogliono distaccare. Mette l’accento non sulla loro condizione di alienati che vivono in stato di degrado, ma sulla loro natura indiscutibilmente umana.

Le persone ritratte dicono “io sono qui. Esisto. Nonostante e a dispetto di voi che state fuori”.

L’essere fuori dalla norma era il loro difetto, il ricordare ai “normali”, che esistevano anche quelle condizioni, che erano alla portata di tutti e più vicine di quanto pensassero.
Essere internato in manicomio non era poi difficile. Essere una donna fuori dalle buone regole di comportamento poteva valerti un posto letto là dentro. Perdere il controllo per un attimo di una vita perfetta poteva farti meritare un ricovero.
E quelli fuori non volevano sapere quanto fosse facile perdere il controllo, uscire dal gruppo dei normali per entrare di diritto nel gruppo dei pazzi. Queste foto servono secondo me ad avvicinare quelli fuori che guardano come allo zoo, alle persone dentro le mura, a fargli vedere che non sono poi così distanti, che sono due facce della stessa medaglia, due lembi opposti di una catena che li avvolge, in una società che costringe più che consigliare, che ti rinchiude in maglie strette, siano quelle di una morale restrittiva o quelle di una camicia di forza.